Un uomo infermo ma di alto animo non cerca di dare un'immagine migliore di quel che è; bisogna accettare la propria condizione. Stima ciò che ha con giustezza. Uno che invece sostiene l'idea di progresso non è credibile poiché la natura distrugge i popoli in qualsiasi modo. Nobile è chi ha il coraggio di vedere la condizione generale e ammettere che gli uomini sono inferiori. Nobile è chi è sincero nell'ammettere l'impotenza umana; colui che non aggiunge ai già tanti problemi, le liti tra gli uomini. La causa dell'infelicità non sono gli altri uomini ma la natura. L'umana compagnia ha un destino comune e quindi deve esserci un senso di solidarietà tra tutti gli uomini in nome del nemico comune: la natura. Lottare tra uomini è idiota poiché è come se un soldato muovesse guerra al proprio esercito. Il contratto sociale ha il valore di un'unione contro la natura: quando questo succederà la politica e le istituzioni saranno nel giusto. Passata la metà dell'opera si è arrivati al picco utopistico.
La scena è notturna: è vista dal nostro punto di vista. Pian piano Leopardi allarga lo sguardo verso le stelle e prova ad immedesimarsi in un osservatore di una di quelle: la terra sarebbe insignificante, cosa varrebbe quindi l'umana prole? La prole dell'uomo come può essere al centro di tutto, perché dobbiamo pensare agli Dei come interessati a noi? Quando si pensa tutto ciò, cosa bisognerebbe dire dell'uomo? Traduzione di: si ride per non piangere. Similitudine: la mela che distrugge un formicaio (migliaia di morti) può essere paragonata al vulcano che sopprime e ricopre le città a lui sottostanti. Le stragi umane sono più rare perché gli uomini sono in numero minore rispetto le formiche. Così il Vesuvio preoccupa spesso gli abitanti che rischiano ogni volta di perdere tutto. Pompei che riemerge è solo lo scheletro di ciò che era; vista di notte è molto più terribile soprattutto con la lava sullo sfondo. La natura in tutto questo è immobile e noi ci prendiamo senza motivo la centralità e l'immortalità nel mondo. Nel finale viene ripresa l'immagine della ginestra; essa piega il capo senza far nulla, senza pregare esseri inesistenti. La ginestra non ha mai creduto di essere immortale per merito del destino, degli Dei o di altro.
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lunedì 24 ottobre 2011
martedì 18 ottobre 2011
Leopardi: Canti, La ginestra (prima parte)
La ginestra (prime 2 strofe)
Canzone di più di 300 versi che è una sorta di lungo riassunto conclusivo di ciò che ha cercato di fare Leopardi. Un obiettivo è svelare l'inganno della natura. Leopardi è innervosito da due cose. Un problema sta nell'idea di infinito progresso base del positivismo; l'altro sta nel forte risveglio della religione. Gli uomini stanno sbagliando ad affidarsi a proprie capacità sopravvalutate o ad affidarsi ad un qualcosa di inesistente. La natura in tutto questo fa quel che vuole dell'uomo; a questa immagine contrappone la ginestra che senza alcuna coscienza, cresce, viene distrutta e poi ricresce in un ciclo naturale. Dovremmo usare la ragione per vivere in pace tra noi e sopportare la superiorità naturale.
La citazione del Vangelo è posta al contrario: le tenebre da riferirsi alla ragione diventano riferite alla fede e la luce dall'immagine di Cristo diventa l'immagine della ragione (illuminismo). Con delle associazioni di idee Leopardi evolve il discorso. Sul Vesuvio crescono solo le solitarie ginestre che si accontentano del deserto. Le ginestre crescono anche nei dintorni di Roma: queste hanno visto la storia (l'impero e la rovina). I fatti del mondo sono di distruzione. La ginestra è la compagna dei luoghi desolati, è una presenza quasi consolatoria. I luoghi che ora sono desolati, un tempo erano luoghi splendidi e ricchi (esempio di Pompei ed Ercolano ricoperte dalla lava del Vesuvio). I sostenitori del progresso dovrebbero vedere che cosa può fare la natura agli uomini pur nella loro potenza. "Le magnifiche sorti e progressive" è una citazione di un suo cugino patriota intellettuale messa in un contesto contrario al suo significato originale. Quelli del suo tempo hanno abbandonato lo sviluppo della ragione (Rinascimento che evolve nella rivoluzione scientifica fino all'apice dell'illuminismo) nelle sue facoltà. Nel romanticismo si rinnega la ragione e si rimpiange il medioevo: è un'involuzione che è contro l'importanza della ragione. Il progresso è un tornare indietro e vantarsene: è un comportamento infantile. Leopardi non si preoccupa dell'oblio dovuto alle sue idee poiché bisognerà dimenticare anche il secolo in cui vive per le stupidaggini che si stanno dicendo. La natura non ci ha fatto in un mondo perfetto e non possiamo farci nulla. Gli uomini non vogliono accettare la loro condizione.
Canzone di più di 300 versi che è una sorta di lungo riassunto conclusivo di ciò che ha cercato di fare Leopardi. Un obiettivo è svelare l'inganno della natura. Leopardi è innervosito da due cose. Un problema sta nell'idea di infinito progresso base del positivismo; l'altro sta nel forte risveglio della religione. Gli uomini stanno sbagliando ad affidarsi a proprie capacità sopravvalutate o ad affidarsi ad un qualcosa di inesistente. La natura in tutto questo fa quel che vuole dell'uomo; a questa immagine contrappone la ginestra che senza alcuna coscienza, cresce, viene distrutta e poi ricresce in un ciclo naturale. Dovremmo usare la ragione per vivere in pace tra noi e sopportare la superiorità naturale.
La citazione del Vangelo è posta al contrario: le tenebre da riferirsi alla ragione diventano riferite alla fede e la luce dall'immagine di Cristo diventa l'immagine della ragione (illuminismo). Con delle associazioni di idee Leopardi evolve il discorso. Sul Vesuvio crescono solo le solitarie ginestre che si accontentano del deserto. Le ginestre crescono anche nei dintorni di Roma: queste hanno visto la storia (l'impero e la rovina). I fatti del mondo sono di distruzione. La ginestra è la compagna dei luoghi desolati, è una presenza quasi consolatoria. I luoghi che ora sono desolati, un tempo erano luoghi splendidi e ricchi (esempio di Pompei ed Ercolano ricoperte dalla lava del Vesuvio). I sostenitori del progresso dovrebbero vedere che cosa può fare la natura agli uomini pur nella loro potenza. "Le magnifiche sorti e progressive" è una citazione di un suo cugino patriota intellettuale messa in un contesto contrario al suo significato originale. Quelli del suo tempo hanno abbandonato lo sviluppo della ragione (Rinascimento che evolve nella rivoluzione scientifica fino all'apice dell'illuminismo) nelle sue facoltà. Nel romanticismo si rinnega la ragione e si rimpiange il medioevo: è un'involuzione che è contro l'importanza della ragione. Il progresso è un tornare indietro e vantarsene: è un comportamento infantile. Leopardi non si preoccupa dell'oblio dovuto alle sue idee poiché bisognerà dimenticare anche il secolo in cui vive per le stupidaggini che si stanno dicendo. La natura non ci ha fatto in un mondo perfetto e non possiamo farci nulla. Gli uomini non vogliono accettare la loro condizione.
lunedì 17 ottobre 2011
Leopardi: Canti, il pastore errante
Canto notturno di un pastore errante dell'Asia
Il contesto della poesia è tratto da un libro di viaggi di un nobile tedesco che aveva osservato certe tradizioni dei popoli della steppa asiatica. L'interlocutore in questo canto è la luna alla quale un pastore si rivolge in modo semplice; ogni strofa ha una rima di chiusura in "ale".
Il pastore pone subito la domanda fondamentale: cosa vale tutto questo? Il pastore osserva sempre le solite cose, monotone; il suo percorso è breve e mortale. Il moto degli astri è immortale ma ripetitivo, sempre il solito ciclo. La seconda strofa è una lunghissima frase che risponde inaspettatamente al pastore. La vita umana è paragonata ad un vecchio che si agita nonostante la fatica e alla fine la sua morte equivale alla caduta in un abisso in cui si dimentica ogni cosa. La terza strofa parla invece della nascita che ai tempi di Leopardi era un rischio molto alto sia per la madre che per il nascituro. Questa immagine della nascita è ripresa da Lucrezio. I genitori consolano il figlio appena nato perché soffre l'esistenza: perché quindi bisogna farli nascere se dopo bisogna consolarli? In ogni strofa, nel finale, la luna è la presenza che non risponde alle domande (che non possono avere risposta) ma al massimo le rilancia. La luna ha la stessa funzione della Natura nel "Dialogo della Natura e di un islandese" nelle Operette morali. La luna certo capisce la morte e ogni cosa che avviene nel mondo; il pastore invece ha solo domande a cui non riesce ad ottenere risposta. In tutto questo infinito di cose c'è un alto senso di solitudine; queste domande non se le pone un filosofo ma un semplice pastore che non ha l'egoismo di sapere le risposte. L'interlocutore cambia e diventa il gregge che è la cosa più diversa che si trova a portata di mano il pastore. Le pecore non hanno coscienza del loro male nell'esistenza; non provano noia e il pastore quasi le invidia. Il pastore in ogni attimo della sua vita non trova pace, ma non vive così male. Perché gli animali sono sereni nel riposo mentre noi ci annoiamo? Forse sarei più felice se potessi vagare tra le nubi o forse (più probabile) in qualunque stato io esista il giorno della nascita è il giorno del male.
Il contesto della poesia è tratto da un libro di viaggi di un nobile tedesco che aveva osservato certe tradizioni dei popoli della steppa asiatica. L'interlocutore in questo canto è la luna alla quale un pastore si rivolge in modo semplice; ogni strofa ha una rima di chiusura in "ale".
Il pastore pone subito la domanda fondamentale: cosa vale tutto questo? Il pastore osserva sempre le solite cose, monotone; il suo percorso è breve e mortale. Il moto degli astri è immortale ma ripetitivo, sempre il solito ciclo. La seconda strofa è una lunghissima frase che risponde inaspettatamente al pastore. La vita umana è paragonata ad un vecchio che si agita nonostante la fatica e alla fine la sua morte equivale alla caduta in un abisso in cui si dimentica ogni cosa. La terza strofa parla invece della nascita che ai tempi di Leopardi era un rischio molto alto sia per la madre che per il nascituro. Questa immagine della nascita è ripresa da Lucrezio. I genitori consolano il figlio appena nato perché soffre l'esistenza: perché quindi bisogna farli nascere se dopo bisogna consolarli? In ogni strofa, nel finale, la luna è la presenza che non risponde alle domande (che non possono avere risposta) ma al massimo le rilancia. La luna ha la stessa funzione della Natura nel "Dialogo della Natura e di un islandese" nelle Operette morali. La luna certo capisce la morte e ogni cosa che avviene nel mondo; il pastore invece ha solo domande a cui non riesce ad ottenere risposta. In tutto questo infinito di cose c'è un alto senso di solitudine; queste domande non se le pone un filosofo ma un semplice pastore che non ha l'egoismo di sapere le risposte. L'interlocutore cambia e diventa il gregge che è la cosa più diversa che si trova a portata di mano il pastore. Le pecore non hanno coscienza del loro male nell'esistenza; non provano noia e il pastore quasi le invidia. Il pastore in ogni attimo della sua vita non trova pace, ma non vive così male. Perché gli animali sono sereni nel riposo mentre noi ci annoiamo? Forse sarei più felice se potessi vagare tra le nubi o forse (più probabile) in qualunque stato io esista il giorno della nascita è il giorno del male.
venerdì 14 ottobre 2011
Leopardi: Operette morali, Dialogo natura e islandese
Operette morali - dialogo della natura e di un islandese
L'islandese cerca di fuggire la natura e dà le sue motivazioni. Il protagonista afferma che la vita non ha senso, è vana: gli uomini combattono per piaceri che non dilettano e beni che non giovano. Lui vorrebbe evitare di soffrire: pensa di isolarsi dagli altri uomini. Ci prova e afferma che non c'è nulla da fare: bisogna smettere di vivere in società. Si prova a cambiare luogo: forse la natura ha creato l'uomo per vivere in un certo posto ma lui non ha ascoltato; probabilmente la natura non ha creato il mondo per l'uomo. Sembra che sia la natura la nemica vera degli uomini; non ci permette di vivere tranquillamente e ci fa anche invecchiare. La natura risponde semplicemente che l'uomo non è al centro del mondo; la natura può fare quel che vuole dell'uomo. Alla natura non interessa l'uomo più di qualsiasi altra specie. L'islandese allora dice che l'uomo è stato messo al mondo dalla natura che quindi ha almeno il dovere di non far soffrire l'uomo. Altrimenti non faccia nemmeno nascere l'uomo. La natura risponde che c'è un ciclo di produzione e distruzione: una volta entrati ci si distrugge, Stop. L'islandese pone la domanda fondamentale: chi ci guadagna in questa distruzione? Qual'è il senso di tutto? Subito dopo questa domanda l'islandese viene mangiato da due leoni che passavano di lì per caso; questo finale della storia può avere anche altre versioni e Leopardi ne propone una: probabilmente viene sommerso da una montagna di sabbia e ora noi lo rivediamo come mummia nei musei.
L'islandese cerca di fuggire la natura e dà le sue motivazioni. Il protagonista afferma che la vita non ha senso, è vana: gli uomini combattono per piaceri che non dilettano e beni che non giovano. Lui vorrebbe evitare di soffrire: pensa di isolarsi dagli altri uomini. Ci prova e afferma che non c'è nulla da fare: bisogna smettere di vivere in società. Si prova a cambiare luogo: forse la natura ha creato l'uomo per vivere in un certo posto ma lui non ha ascoltato; probabilmente la natura non ha creato il mondo per l'uomo. Sembra che sia la natura la nemica vera degli uomini; non ci permette di vivere tranquillamente e ci fa anche invecchiare. La natura risponde semplicemente che l'uomo non è al centro del mondo; la natura può fare quel che vuole dell'uomo. Alla natura non interessa l'uomo più di qualsiasi altra specie. L'islandese allora dice che l'uomo è stato messo al mondo dalla natura che quindi ha almeno il dovere di non far soffrire l'uomo. Altrimenti non faccia nemmeno nascere l'uomo. La natura risponde che c'è un ciclo di produzione e distruzione: una volta entrati ci si distrugge, Stop. L'islandese pone la domanda fondamentale: chi ci guadagna in questa distruzione? Qual'è il senso di tutto? Subito dopo questa domanda l'islandese viene mangiato da due leoni che passavano di lì per caso; questo finale della storia può avere anche altre versioni e Leopardi ne propone una: probabilmente viene sommerso da una montagna di sabbia e ora noi lo rivediamo come mummia nei musei.
mercoledì 12 ottobre 2011
Leopardi: Canti, La quiete dopo la tempesta
La quiete dopo la tempesta
Schema tradizionale leopardiano: vita quotidiana che tende a una riflessione.
Passata la tempesta gli uomini ritornano al loro lavoro, il sole ritorna e illumina le case e il palazzo di Leopardi; la famiglia nominata sono la servitù di palazzo Leopardi. Tutti questi personaggi chiamano piacere la cessazione della sofferenza. Il piacere è figlio di un affanno: la nostra condizione normale è il piacere rispetto ai momenti difficili della vita; ma questo non è il vero piacere. La natura è violenta contro gli uomini: questi provano un piacere vano quando la natura non li attacca. Il nostro desiderio si limita a voler un momento con meno affanno. L'umana prole se è cara agli eterni perché è in questa condizione? L'unica gioia a cui si possa aspirare è l'assenza di dolore: per Leopardi l'unica via sicura è la morte.
Schema tradizionale leopardiano: vita quotidiana che tende a una riflessione.
Passata la tempesta gli uomini ritornano al loro lavoro, il sole ritorna e illumina le case e il palazzo di Leopardi; la famiglia nominata sono la servitù di palazzo Leopardi. Tutti questi personaggi chiamano piacere la cessazione della sofferenza. Il piacere è figlio di un affanno: la nostra condizione normale è il piacere rispetto ai momenti difficili della vita; ma questo non è il vero piacere. La natura è violenta contro gli uomini: questi provano un piacere vano quando la natura non li attacca. Il nostro desiderio si limita a voler un momento con meno affanno. L'umana prole se è cara agli eterni perché è in questa condizione? L'unica gioia a cui si possa aspirare è l'assenza di dolore: per Leopardi l'unica via sicura è la morte.
Leopardi: Canti, Il sabato del villaggio
Il sabato del villaggio
Si parte dalla vita quotidiana per arrivare ad una riflessione più serie tipica di Leopardi. Qui si può notare l'uso del linguaggio banale mescolato al linguaggio alto. Il "mazzolin" non può essere di rose e viole poiché fioriscono in stagioni diverse. C'è un simbolismo tra il tramonto, la donzelletta e la vecchierella: si sottolinea l'inesorabile tempo della vita. Si nota una successione di 8 settenari che accelerano il ritmo; a proposito di questo, Leopardi usa "il" prima di parole che iniziano con la "z" (il zappatore). Riesce a dare senso ad una rima "gioia" - "noia". La parte riflessiva in questo canto è più breve: la giornata di festa dura fino alla sera, il giorno dopo si torna al lavoro triste. Il garzoncello è come se fosse durante il sabato per tutta la sua giovinezza e arrivato all'età adulta salti la domenica di festa per arrivare al lunedì triste e noioso.
Si parte dalla vita quotidiana per arrivare ad una riflessione più serie tipica di Leopardi. Qui si può notare l'uso del linguaggio banale mescolato al linguaggio alto. Il "mazzolin" non può essere di rose e viole poiché fioriscono in stagioni diverse. C'è un simbolismo tra il tramonto, la donzelletta e la vecchierella: si sottolinea l'inesorabile tempo della vita. Si nota una successione di 8 settenari che accelerano il ritmo; a proposito di questo, Leopardi usa "il" prima di parole che iniziano con la "z" (il zappatore). Riesce a dare senso ad una rima "gioia" - "noia". La parte riflessiva in questo canto è più breve: la giornata di festa dura fino alla sera, il giorno dopo si torna al lavoro triste. Il garzoncello è come se fosse durante il sabato per tutta la sua giovinezza e arrivato all'età adulta salti la domenica di festa per arrivare al lunedì triste e noioso.
Leopardi: Canti, A Silvia
A Silvia
Probabilmente è il canto più equilibrato tra quelli di Leopardi; i due personaggi non hanno nulla in comune a parte il comune destino umano. Lei aspetta il momento del futuro in cui potrà vivere felice ma il desiderio è interrotto dalla morte; Giacomo vede invece la felicità nel suo passato. Il contrasto su cui nasce il canto è riassunto nel non potere raggiungere la felicità.
Lei è ancora molto giovane e sta per diventare adolescente; l'ultima parola della prima strofa "salivi" è l'anagramma di "Silvia". Il "vago avvenir" ha un doppio significato: indefinito e piacevole. Il tempo migliore (la giovinezza) si ritrova anche nel canto "Il passero solitario". Lei aspettava un avvenire che però non avrà, lui sperava in qualcosa all'esterno di Recanati. Nel momento in cui scrive, Leopardi si rende conto dell'irrealizzazione dei suoi sogni; la natura è una dispensatrice di illusioni senza alcun fine pratico. I giovani hanno delle illusioni che però inevitabilmente cadono o per la morte o per l'ardua vita. La speranza con il tempo diminuisce: speranza e memoria sono inversamente proporzionali. Dal parlare di Silvia scivola a parlare della speranza: si incomincia capire che Silvia potrebbe essere l'immagine della sua speranza. Quello che si è immaginato è quello che alla fine si ha? Evidentemente no.
Probabilmente è il canto più equilibrato tra quelli di Leopardi; i due personaggi non hanno nulla in comune a parte il comune destino umano. Lei aspetta il momento del futuro in cui potrà vivere felice ma il desiderio è interrotto dalla morte; Giacomo vede invece la felicità nel suo passato. Il contrasto su cui nasce il canto è riassunto nel non potere raggiungere la felicità.
Lei è ancora molto giovane e sta per diventare adolescente; l'ultima parola della prima strofa "salivi" è l'anagramma di "Silvia". Il "vago avvenir" ha un doppio significato: indefinito e piacevole. Il tempo migliore (la giovinezza) si ritrova anche nel canto "Il passero solitario". Lei aspettava un avvenire che però non avrà, lui sperava in qualcosa all'esterno di Recanati. Nel momento in cui scrive, Leopardi si rende conto dell'irrealizzazione dei suoi sogni; la natura è una dispensatrice di illusioni senza alcun fine pratico. I giovani hanno delle illusioni che però inevitabilmente cadono o per la morte o per l'ardua vita. La speranza con il tempo diminuisce: speranza e memoria sono inversamente proporzionali. Dal parlare di Silvia scivola a parlare della speranza: si incomincia capire che Silvia potrebbe essere l'immagine della sua speranza. Quello che si è immaginato è quello che alla fine si ha? Evidentemente no.
sabato 8 ottobre 2011
Leopardi: Canti, Le ricordanze
Le ricordanze (inizio)
Idillio scritto in età matura. Capacità notevole di far fluire immagini e suoni. Le vaghe stelle sono sia indistinte che belle; c'è un movimento continuo tra le cose esterne a lui e la sua espressione interiore. Comincia a ricordare i suoni e i colori della vita da fanciullo: sia mondo naturale che casalingo; Giacomo era intrappolato tra questi due mondi. Si ricorda i suoi sogni che chiama arcani; le sue speranze erano semplicemente illusorie. Ha una pessima opinione dei suoi concittadini che non lo capiscono. Lui ha perso la sua giovinezza in un posto che non era per lui.
Idillio scritto in età matura. Capacità notevole di far fluire immagini e suoni. Le vaghe stelle sono sia indistinte che belle; c'è un movimento continuo tra le cose esterne a lui e la sua espressione interiore. Comincia a ricordare i suoni e i colori della vita da fanciullo: sia mondo naturale che casalingo; Giacomo era intrappolato tra questi due mondi. Si ricorda i suoi sogni che chiama arcani; le sue speranze erano semplicemente illusorie. Ha una pessima opinione dei suoi concittadini che non lo capiscono. Lui ha perso la sua giovinezza in un posto che non era per lui.
Leopardi: Canti, L'infinito
L'infinito
Contrasto tra realtà e mondo immaginario; il pretesto è la siepe in questo ermo colle. La limitazione visiva della siepe permette a Leopardi di immergersi nel suo pensiero; la sua immaginazione è nel proprio habitat in questa situazione. L'atmosfera è data anche dalla lunghezza delle parole della prima parte; prima siede ad ammirare l'infinito spaziale per poi finire a parlare dell'eternità. In questa doppia sensazione Leopardi da buon romantico è perfettamente ambientato e si lascia andare su questo mare di infinito. C'è una serie molto significativa di aggettivi dimostrativi. L'ermo colle è qui come la siepe ma poco dopo l'infinito sposta in là Leopardi, non più dov'era. Il vento riporta Giacomo dov'è e lui comprando quest'esperienza naufraga nel suo mare di pensiero. Prima il questo era un luogo finito poi l'allontanamento provocato dall'infinitudine lo porta ad identificarsi nel suo pensiero; in questo modo il questo diventa una cosa immaginaria, il suo pensiero.
Contrasto tra realtà e mondo immaginario; il pretesto è la siepe in questo ermo colle. La limitazione visiva della siepe permette a Leopardi di immergersi nel suo pensiero; la sua immaginazione è nel proprio habitat in questa situazione. L'atmosfera è data anche dalla lunghezza delle parole della prima parte; prima siede ad ammirare l'infinito spaziale per poi finire a parlare dell'eternità. In questa doppia sensazione Leopardi da buon romantico è perfettamente ambientato e si lascia andare su questo mare di infinito. C'è una serie molto significativa di aggettivi dimostrativi. L'ermo colle è qui come la siepe ma poco dopo l'infinito sposta in là Leopardi, non più dov'era. Il vento riporta Giacomo dov'è e lui comprando quest'esperienza naufraga nel suo mare di pensiero. Prima il questo era un luogo finito poi l'allontanamento provocato dall'infinitudine lo porta ad identificarsi nel suo pensiero; in questo modo il questo diventa una cosa immaginaria, il suo pensiero.
venerdì 7 ottobre 2011
Leopardi: Canti, Alla Luna
Alla luna
Scena lunare con sequenza di riflessioni sull'argomento.
Il ricordo è usato da Leopardi come consolazione per le difficoltà presenti nel momento attuale. Il ricordo del dolore è consolante. Leopardi è in un momento di dolore e osservando la luna ricorda che un anno prima era come ora; la luna è lì e il dolore anche. Il volto della luna gli appariva tremolante per le lacrime provocate dalla sua vita travagliosa; eppure il ricordo gli fa bene. I versi 13 e 14 sono stati aggiunti in seguito nell'ultima edizione. Questa aggiunta sottolinea che il momento lo ha vissuto da giovane; quando il percorso per la vecchiaia è ancora lungo e la memoria è ancora corta. Ricordare un dolore è consolante se si ha una speranza davanti. La vecchiaia però annulla anche questa possibilità.
Scena lunare con sequenza di riflessioni sull'argomento.
Il ricordo è usato da Leopardi come consolazione per le difficoltà presenti nel momento attuale. Il ricordo del dolore è consolante. Leopardi è in un momento di dolore e osservando la luna ricorda che un anno prima era come ora; la luna è lì e il dolore anche. Il volto della luna gli appariva tremolante per le lacrime provocate dalla sua vita travagliosa; eppure il ricordo gli fa bene. I versi 13 e 14 sono stati aggiunti in seguito nell'ultima edizione. Questa aggiunta sottolinea che il momento lo ha vissuto da giovane; quando il percorso per la vecchiaia è ancora lungo e la memoria è ancora corta. Ricordare un dolore è consolante se si ha una speranza davanti. La vecchiaia però annulla anche questa possibilità.
mercoledì 5 ottobre 2011
Leopardi: Canti, Il tramonto della luna
Il tramonto della luna
Sicuramente è l'ultima poesia di Leopardi scritta e finita prima di morire. Ha una struttura quasi identica a quella del "passero solitario"; costruisce frasi molto lunghe. Il tramonto della luna è paragonato alla fine della gioventù. L'uomo dopo la giovinezza ha la vecchiaia e la morte; la natura invece avrà ogni volta un'altra possibilità con il sorgere del sole. Il perdere la giovinezza è un male di per sé.
La luce lunare è un'immagine poetica perfetta perché indefinita. Sparita questa "una (sola) oscurità la valle e il monte imbruna": si può notare una rima tra ("una" ed "imbruna"). In Leopardi c'è molta gente che lavora: "saluta il carrettier dalla sua via"; questo personaggio è ripreso dallo Zibaldone. Il paragone è aperto in modo ampio mentre è chiuso in tre versi (rima "tale" - "mortale"). Il viandante cerca una via ma man mano che invecchia si rende conto di essersi staccato dal mondo. Per Leopardi gli dei esistono e ci odiano: dopo la giovinezza ci hanno dato la vecchiaia per farci soffrire ancora di più. Il ritorno del sole è una forza in natura ma per l'uomo la luce non ricompare più ed è destinato solamente alla morte.
Sicuramente è l'ultima poesia di Leopardi scritta e finita prima di morire. Ha una struttura quasi identica a quella del "passero solitario"; costruisce frasi molto lunghe. Il tramonto della luna è paragonato alla fine della gioventù. L'uomo dopo la giovinezza ha la vecchiaia e la morte; la natura invece avrà ogni volta un'altra possibilità con il sorgere del sole. Il perdere la giovinezza è un male di per sé.
La luce lunare è un'immagine poetica perfetta perché indefinita. Sparita questa "una (sola) oscurità la valle e il monte imbruna": si può notare una rima tra ("una" ed "imbruna"). In Leopardi c'è molta gente che lavora: "saluta il carrettier dalla sua via"; questo personaggio è ripreso dallo Zibaldone. Il paragone è aperto in modo ampio mentre è chiuso in tre versi (rima "tale" - "mortale"). Il viandante cerca una via ma man mano che invecchia si rende conto di essersi staccato dal mondo. Per Leopardi gli dei esistono e ci odiano: dopo la giovinezza ci hanno dato la vecchiaia per farci soffrire ancora di più. Il ritorno del sole è una forza in natura ma per l'uomo la luce non ricompare più ed è destinato solamente alla morte.
Leopardi: Canti, Il passero solitario
Il passero solitario
Si inaugura lo stile idilliaco: c'è una riflessione molto articolata e anche abbastanza seria. A Leopardi non importano le regole della poesia: costruisce rime banali, scrive parole che usa solo lui per l'effetto sonoro, mescola i linguaggi (da quello alto della poesia a quello parlato). Il passero in questione non è quello comune che non sa cantare, questo è quasi un usignolo. Usa immagini simboliche anche molto banali che però nell'insieme assumono un significato molto profondo. Il verso 8 è una citazione da Ariosto. Il passero solitario è in disparte mentre gli altri festeggiano: chiaro paragone alla vita di Leopardi. Giacomo quasi fugge dalla vita senza sapere perché. La gioventù umana compaesana di Leopardi si diverte come gli uccelli vicino al passero. Il passero quando starà per morire non rimpiangerà ciò che ha fatto poiché lo ha fatto seguendo un istinto; Giacomo invece si chiede cosa farà lui vicino alla morte poiché lui aveva una scelta. La parte finale è un distaccamento dal paragone che ha percorso tutta la prima parte dell'opera.
Si inaugura lo stile idilliaco: c'è una riflessione molto articolata e anche abbastanza seria. A Leopardi non importano le regole della poesia: costruisce rime banali, scrive parole che usa solo lui per l'effetto sonoro, mescola i linguaggi (da quello alto della poesia a quello parlato). Il passero in questione non è quello comune che non sa cantare, questo è quasi un usignolo. Usa immagini simboliche anche molto banali che però nell'insieme assumono un significato molto profondo. Il verso 8 è una citazione da Ariosto. Il passero solitario è in disparte mentre gli altri festeggiano: chiaro paragone alla vita di Leopardi. Giacomo quasi fugge dalla vita senza sapere perché. La gioventù umana compaesana di Leopardi si diverte come gli uccelli vicino al passero. Il passero quando starà per morire non rimpiangerà ciò che ha fatto poiché lo ha fatto seguendo un istinto; Giacomo invece si chiede cosa farà lui vicino alla morte poiché lui aveva una scelta. La parte finale è un distaccamento dal paragone che ha percorso tutta la prima parte dell'opera.
Leopardi: introduzione storica e formale ai Canti
Canti
Leopardi prima ha pubblicato poesie singole in riviste o in particolari edizioni; poi le ha ordinate in ordine cronologico. I canti sono stati pubblicati nel 1831. Non seguono un particolare ordine come nel canzoniere di Petrarca ma sono più una raccolta. La vera conclusione è la poesia sulla ginestra. La prima edizione arrivava fino alla numero 25 "Il sabato del villaggio". Nel 1835 aggiunge delle poesie d'amore e solo successivamente scrive quella sulla ginestra e "Il tramonto della luna"; in questo periodo corregge anche le altre. Ranieri pubblica quest'ultima edizione nel 1845. C'è molto materiale preparatorio che ha aiutato il lavoro degli storici della letteratura.
Forma letteraria
Non scrive in sonetti nonostante non fosse antiquato quel metodo; non sopporta le formule "chiuse". Sceglie forme diverse: endecasillabi sciolti senza rima, canzone leopardiana (endecasillabi e settenari legati da uno schema di rime aperte) in cui gioca con i suoni. "Il risorgimento" è una poesia con settenari in piccole strofe. Gli idilli si distinguono in piccoli e grandi a seconda delle dimensioni quantitative (non qualitative): sono delle riflessioni che partono da un'immagine e arrivano alla filosofia.
Leopardi prima ha pubblicato poesie singole in riviste o in particolari edizioni; poi le ha ordinate in ordine cronologico. I canti sono stati pubblicati nel 1831. Non seguono un particolare ordine come nel canzoniere di Petrarca ma sono più una raccolta. La vera conclusione è la poesia sulla ginestra. La prima edizione arrivava fino alla numero 25 "Il sabato del villaggio". Nel 1835 aggiunge delle poesie d'amore e solo successivamente scrive quella sulla ginestra e "Il tramonto della luna"; in questo periodo corregge anche le altre. Ranieri pubblica quest'ultima edizione nel 1845. C'è molto materiale preparatorio che ha aiutato il lavoro degli storici della letteratura.
Forma letteraria
Non scrive in sonetti nonostante non fosse antiquato quel metodo; non sopporta le formule "chiuse". Sceglie forme diverse: endecasillabi sciolti senza rima, canzone leopardiana (endecasillabi e settenari legati da uno schema di rime aperte) in cui gioca con i suoni. "Il risorgimento" è una poesia con settenari in piccole strofe. Gli idilli si distinguono in piccoli e grandi a seconda delle dimensioni quantitative (non qualitative): sono delle riflessioni che partono da un'immagine e arrivano alla filosofia.
martedì 4 ottobre 2011
Leopardi: riflessioni sul male dell'esistenza
Leopardi ritorna sull'idea della provvidenza: tutto sembra congegnato in natura perché la natura sopravviva; Giacomo però è contro tutto questo.
- Le bellezze della natura sono solo la punta di un iceberg di tutto ciò che cerca di nascere ma non trova le condizioni adatte. La natura cresce dove può, la maggior parte non sopravvive; quindi il piano non salvaguarda tutto ma solo una piccola parte: ovvero il piano non c'è o è fallimentare. Questo è vero ma a nessuno importa.
- Il male è il senso di tutto ciò che esiste poiché ogni cosa è male. L'individuo esistendo entra in un circolo di fatti che porta alla propria distruzione. L'unica certezza che riusciamo a provare è la distruzione di tutte le cose che ora esistono. Tutto ciò che sperimentiamo, esiste ed è finito. Ciò che non esiste invece è infinito, illimitato. La purezza, la perfezione sono nel non esistere; l'esistenza è un'imperfezione, un neo di quella perfezione che possiamo solo pensare.
- Leopardi scrive per se stesso perché un giorno possa autocompiacersi di ciò che aveva fatto da giovane. Spera che da vecchio possa riscaldarsi con le opere della sua giovinezza.
- Lui non ha nulla contro gli uomini, lui è contro la natura di ogni cosa. L'odio non serve, ma un lamento si.
- Noi non siamo nulla, non sappiamo nulla, non abbiamo alcuna speranza dopo la morte. Crediamo di essere più forti ma in realtà corrispondiamo a nulla.
sabato 1 ottobre 2011
Leopardi: la natura non è per gli individui
- La bellezza è vaga ed indeterminata probabilmente poiché è soggettiva; per Leopardi potrebbe essere paragonata alla felicità o nell'aspetto passionale ad una cosa irrazionale. I fanciulli si appassionano delle cose, si lasciano trasportare mentre, negli adulti l'abbandono all'emozione è controllato anche troppo.
- Il ricordo è lontano ed indefinito; la rimembranza ci fa carpire l'aspetto poetico di ciò che osserviamo o percepiamo. Più una realtà ci trasporta nei nostri ricordi e nell'indefinito, tanto più avvertiamo in essa una presenza poetica.
- La natura garantisce un ordine generale alle cose per garantire la sopravvivenza della specie, a prezzo dell'individualità che è meno importante. L'individualità ritiene sua nemica la natura.
- L'individuo non esiste per godere della vita ma semplicemente esiste come elemento dell'insieme dell'esistenza: i doveri del singolo sono di esistere, riprodursi e morire. La felicità è semplicemente un palliativo.
- La noia è non aver nulla da fare secondo molti; per Giacomo invece è uno stato d'animo che richiede un elevato termine di pensiero.
- Se il progresso non ci fosse gli uomini non se ne accorgerebbero; se non c'è una determinata invenzione l'uomo non si pone nemmeno il problema e vive tranquillamente senza avvertire le innovazioni come necessarie.
venerdì 30 settembre 2011
Leopardi: il piacere che non si può avere
- La questione del tempo è importante per Leopardi; afferma che nessuno ha mai provato veramente la felicità o il piacere, semplicemente si afferma di averlo provato in passato o di essere sicuri che se le condizioni lo permetteranno lo si potrà provare in futuro. Secondo Leopardi però queste sono tutte illusioni e nessuno ha mai provato il vero piacere. Questa annotazione verrà ripresa poi nelle operette morali.
Operette morali, Dialogo tra venditore di almanacchi e passeggere
I due parlano del più e del meno ma un po' per volta la discussione si porta verso l'argomento della felicità in rapporto con il tempo inesorabile. L'uomo non riesce riconoscere la felicità nel presente: la speriamo nel futuro o la ricordiamo nel passato, (quest'ultimo secondo Leopardi molto più raro poiché la vita è depressione infelice).
- Contrasto tra la realtà e la nostra immaginazione del bene. Lui chiede a molte persone se accetterebbero di rifare la loro vita: il risultato pare essere sempre negativo. L'illusione ci fa piazzare la felicità dove non possiamo afferrarla: è un trucco per sopravvivere in questo mondo. È una forma minore di illusione.
mercoledì 28 settembre 2011
Leopardi: le illusioni e la teoria del piacere
La nostra società è fatta per distruggere le illusioni; queste sono il nostro miglior mezzo per raggiungere la natura. La ragione è insignificante rispetto alla natura.
Leopardi comincia ad approfondire l'argomento e mette in discussione anche il fatto che la natura generi le illusioni. Il problema quindi diventa il rapporto del singolo con la natura; noi siamo al mondo senza un perché tranne che il ciclo della natura: questo non è pensato per noi come singoli individui ma nel suo complesso. Noi sperimentiamo solo il nostro punto di vista. Leopardi si rende conto che le nostre illusioni sono veramente illusorie.
Teoria del piacere
La felicità vera non ha limiti e quindi non possiamo raggiungerla. Non riusciremo mai a soddisfare i nostri bisogni.
Cosa può fare la religione quindi?
- Testo quasi apocalittico ed estremo: la capacità di essere in sintonia con la natura porta le illusioni che sono la nostra natura. Togliere le illusioni vuol dire togliere le radici d'una pianta.
- Se il mondo fosse pieno di virtù Giacomo vivrebbe bene: se tutti credessero in questo tutti starebbero meglio; le cose dell'immaginario sono svalutate a prescindere. Non importa che siano illusorie, renderebbero lo stesso felici gli uomini.
Leopardi comincia ad approfondire l'argomento e mette in discussione anche il fatto che la natura generi le illusioni. Il problema quindi diventa il rapporto del singolo con la natura; noi siamo al mondo senza un perché tranne che il ciclo della natura: questo non è pensato per noi come singoli individui ma nel suo complesso. Noi sperimentiamo solo il nostro punto di vista. Leopardi si rende conto che le nostre illusioni sono veramente illusorie.
- Il desiderio di felicità è un istinto di cui abbiamo necessità. Leopardi si sta preparando a demolire ciò che appena detto: i selvaggi forse soffriranno di meno ma non vuol dire che siano felici, sono meno infelici perché inconsapevoli.
Teoria del piacere
- L'uomo ha un amore infinito verso se stesso e quindi abbiamo un desiderio che tende all'infinito: non riusciremo mai a soddisfarci con i piaceri perché il nostro animo vorrà sempre di più.
La felicità vera non ha limiti e quindi non possiamo raggiungerla. Non riusciremo mai a soddisfare i nostri bisogni.
Cosa può fare la religione quindi?
- La religione da una promessa di perfetta felicità che: non posso immaginare ora, non potrò mai immaginare, non ha nulla a che fare con le sofferenze che si trovano qui. È una felicità irragionevole poiché non ci serve nel momento in cui viviamo.
sabato 24 settembre 2011
L'ultimo viaggio e la morte di Leopardi
Recanati, 05-09-1829 (691) a Carlo Bunsen
Periodo in cui Giacomo è costretto a casa. Dei suoi amici fanno una colletta affinché lui possa andarsene veramente da casa; Leopardi quindi si stabilisce a Firenze.
Firenze, 19-06-1830 (710) ad Antonietta Tommasini
Giacomo non riesce a scrivere, è finito il denaro e quindi dovrà tornare a Recanati.
Roma, 05-12-1831 (782) a Fanny Targioni Tozzetti
Scrive a colei che non lo aveva nemmeno notato; Giacomo non è interessato alla comunità ma solo alla felicità individuale che secondo Leopardi è necessariamente impossibile per il nostro rapporto con la natura.
Antonio Ranieri è un patriota che diventerà anche senatore dello Stato.
Firenze, 01-01-1833 (854) ad Antonio Ranieri
Giacomo è preoccupato per la salute del suo amico.
Firenze, 05-01-1833 (856) ad Antonio Ranieri
Come prima l'argomento è la salute cagionevole del suo amico e di se stesso.
Firenze, 31-01-1833 (865) ad Antonio Ranieri
Le lettere faticano ad arrivare all'amico di Giacomo Leopardi e quest'ultimo ne è preoccupato.
Firenze, 05-02-1833 (866) ad Antonio Ranieri
Il tono è appassionato e non è usato con nessun altro. Quelli che stavano attorno a loro li deridevano e ne pensavano non bene per la loro convivenza.
Leopardi arriva a Napoli.
Firenze, 01-09-1333 (895) a Monaldo Leopardi
Questo è l'allontanamento definitivo da Recanati; Giacomo è sempre più malato.
Napoli, 11-12-1836 (923) a Monaldo Leopardi
Giacomo sembra aver pagato una cambiale confidando nello zio che però dopo aver chiesto lumi alla sorella decide di non dare credito a Giacomo. Il colera sta già divampando a Napoli.
Napoli, 09-03-1837 (926) a Monaldo Leopardi
Giacomo sta male ma non può consultare un medico per la troppa lontananza dalla città.
Napoli, 27-05-1837 (931) a Monaldo Leopardi
Scrive alla famiglia che non riesce più ad andare avanti: i suoi mali sono oramai incurabili. Questa è l'ultima lettera scritta da Leopardi.
Periodo in cui Giacomo è costretto a casa. Dei suoi amici fanno una colletta affinché lui possa andarsene veramente da casa; Leopardi quindi si stabilisce a Firenze.
Firenze, 19-06-1830 (710) ad Antonietta Tommasini
Giacomo non riesce a scrivere, è finito il denaro e quindi dovrà tornare a Recanati.
Roma, 05-12-1831 (782) a Fanny Targioni Tozzetti
Scrive a colei che non lo aveva nemmeno notato; Giacomo non è interessato alla comunità ma solo alla felicità individuale che secondo Leopardi è necessariamente impossibile per il nostro rapporto con la natura.
Antonio Ranieri è un patriota che diventerà anche senatore dello Stato.
Firenze, 01-01-1833 (854) ad Antonio Ranieri
Giacomo è preoccupato per la salute del suo amico.
Firenze, 05-01-1833 (856) ad Antonio Ranieri
Come prima l'argomento è la salute cagionevole del suo amico e di se stesso.
Firenze, 31-01-1833 (865) ad Antonio Ranieri
Le lettere faticano ad arrivare all'amico di Giacomo Leopardi e quest'ultimo ne è preoccupato.
Firenze, 05-02-1833 (866) ad Antonio Ranieri
Il tono è appassionato e non è usato con nessun altro. Quelli che stavano attorno a loro li deridevano e ne pensavano non bene per la loro convivenza.
Leopardi arriva a Napoli.
Firenze, 01-09-1333 (895) a Monaldo Leopardi
Questo è l'allontanamento definitivo da Recanati; Giacomo è sempre più malato.
Napoli, 11-12-1836 (923) a Monaldo Leopardi
Giacomo sembra aver pagato una cambiale confidando nello zio che però dopo aver chiesto lumi alla sorella decide di non dare credito a Giacomo. Il colera sta già divampando a Napoli.
Napoli, 09-03-1837 (926) a Monaldo Leopardi
Giacomo sta male ma non può consultare un medico per la troppa lontananza dalla città.
Napoli, 27-05-1837 (931) a Monaldo Leopardi
Scrive alla famiglia che non riesce più ad andare avanti: i suoi mali sono oramai incurabili. Questa è l'ultima lettera scritta da Leopardi.
Introduzione allo Zibaldone di Leopardi
Zibalbone
È un deposito di idee e riflessioni: è una serie di quaderni di appunti di più di 4000 pagine. La pubblicazione verrà curata anche da Carducci; la famiglia fece notevoli difficoltà nel far pubblicare le opere di Giacomo; La storia prosegue anche oggi: ci sono opere di Leopardi ancora nella biblioteca di famiglia. Viste le dimensioni dell'opera Giacomo scrive anche un indice; molte delle notazioni sono di carattere filologico. In quest'opera si può notare in modo notevole l'aspetto filosofico di Leopardi.
Giacomo ha pubblicato una selezione dello Zibaldone di 111 passaggi dello stesso, dandogli una forma più tradizionale: "111 pensieri". Leopardi non aveva idea di ciò che voleva fare. Da giovane leggeva gli scritti antichi per curiosità linguistica, poi per apprezzarne la bellezza. Abbandona la religione per il contrasto con la famiglia. I suoi pensieri cominciano con delle illusioni di valori ideali; comincia da dove aveva finito Foscolo. Si ritorna ad una visione Rousseauiniana. I neonati sono felici, man mano che si cresce si perde la felicità e si arriva alla razionalità (negativa).
Inizio analisi appunti
È un deposito di idee e riflessioni: è una serie di quaderni di appunti di più di 4000 pagine. La pubblicazione verrà curata anche da Carducci; la famiglia fece notevoli difficoltà nel far pubblicare le opere di Giacomo; La storia prosegue anche oggi: ci sono opere di Leopardi ancora nella biblioteca di famiglia. Viste le dimensioni dell'opera Giacomo scrive anche un indice; molte delle notazioni sono di carattere filologico. In quest'opera si può notare in modo notevole l'aspetto filosofico di Leopardi.
Giacomo ha pubblicato una selezione dello Zibaldone di 111 passaggi dello stesso, dandogli una forma più tradizionale: "111 pensieri". Leopardi non aveva idea di ciò che voleva fare. Da giovane leggeva gli scritti antichi per curiosità linguistica, poi per apprezzarne la bellezza. Abbandona la religione per il contrasto con la famiglia. I suoi pensieri cominciano con delle illusioni di valori ideali; comincia da dove aveva finito Foscolo. Si ritorna ad una visione Rousseauiniana. I neonati sono felici, man mano che si cresce si perde la felicità e si arriva alla razionalità (negativa).
Inizio analisi appunti
- Le illusioni sono reali perché fanno parte della natura umana.
- La ragione è piccola e la natura è grande: le illusioni permettono le grandi imprese basta vedere l'esempio di Alessandro il macedone.
- La scuola serve a essere consapevoli della realtà, quindi rende infelici i bambini che sono nell'età migliore. Si rende infelice il bambino perché possa essere ragionevolmente infelice.
venerdì 23 settembre 2011
Leopardi: l'amore e la fine
Leopardi vuole innamorarsi, non vuole amare una persona ma innamorarsi dell'amore. Si innamora di una nobildonna (la fiorentina Fanny Targioni Tozzetti) che non lo bada nemmeno; una volta morto lui si dice che lei abbia amesso il motivo del suo rifiuto: lui era un disastro ambulante, fisico devastato, non sapeva fare lavori manuali di qualsiasi tipo (neanche tagliarsi la bistecca), era incapace anche di bere, inoltre emanava un non gradevole olezzo.
Fa amicizia anche con un certo Antonio Ranieri con cui va a vivere insieme a Napoli abitando anche con la sorella di Antonio durante l'epidemia di colera a Napoli. Antonio vuole andare via dalla città in campagna ma Leopardi dice di no: a Napoli facevano i migliori gelati. Un giorno la sorella di Antonio (pazza e con la mania di fare l'infermiera) porta a casa una confezione di confetti di Sulmona: Giacomo li mangia tutti e muore il mattino dopo.
Bologna, 30-05-1826 (452) a Carlo Leopardi
Leopardi si trova in una nuova situazione, comincia ad essere meno pessimista e ad abbandonarsi al sentimento.
Bologna, ottobre 1826 (488) a Teresa Carniani Malvezzi
Lei lo ha già lasciato perché non ne poteva più.
Bologna, 21-05-1827 (cinque su 19) ad Antonio Papadopoli
Ormai il rapporto è distrutto, lui la odia e per strada non la guarda nemmeno.
Firenze, 07-08-1827 (535) a Carlo Leopardi
Giacomo ha mal di denti per due denti cariati (carie provocata dalla sua passione per i gelati).
Pisa, 24-12-1827 (585) a Monaldo Leopardi
Il padre lo aveva allevato con distaccamento poi ora che Giacomo era cresciuto lo voleva come confidente. Giacomo non sopporta però tale ipocrisia; la sua educazione inoltre non gli permette di vedere suo padre come un amico.
Pisa, 02-05-1828 (593) a Paolina Leopardi
In questo periodo non felicissimo scrive "A Silvia".
Pisa, 05-05-1828 (595) a Pietro Giordani
Giacomo non può godersi i piaceri della vita per il suo fisico malandato altrimenti rischierebbe di morire.
Fa amicizia anche con un certo Antonio Ranieri con cui va a vivere insieme a Napoli abitando anche con la sorella di Antonio durante l'epidemia di colera a Napoli. Antonio vuole andare via dalla città in campagna ma Leopardi dice di no: a Napoli facevano i migliori gelati. Un giorno la sorella di Antonio (pazza e con la mania di fare l'infermiera) porta a casa una confezione di confetti di Sulmona: Giacomo li mangia tutti e muore il mattino dopo.
Bologna, 30-05-1826 (452) a Carlo Leopardi
Leopardi si trova in una nuova situazione, comincia ad essere meno pessimista e ad abbandonarsi al sentimento.
Bologna, ottobre 1826 (488) a Teresa Carniani Malvezzi
Lei lo ha già lasciato perché non ne poteva più.
Bologna, 21-05-1827 (cinque su 19) ad Antonio Papadopoli
Ormai il rapporto è distrutto, lui la odia e per strada non la guarda nemmeno.
Firenze, 07-08-1827 (535) a Carlo Leopardi
Giacomo ha mal di denti per due denti cariati (carie provocata dalla sua passione per i gelati).
Pisa, 24-12-1827 (585) a Monaldo Leopardi
Il padre lo aveva allevato con distaccamento poi ora che Giacomo era cresciuto lo voleva come confidente. Giacomo non sopporta però tale ipocrisia; la sua educazione inoltre non gli permette di vedere suo padre come un amico.
Pisa, 02-05-1828 (593) a Paolina Leopardi
In questo periodo non felicissimo scrive "A Silvia".
Pisa, 05-05-1828 (595) a Pietro Giordani
Giacomo non può godersi i piaceri della vita per il suo fisico malandato altrimenti rischierebbe di morire.
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